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Dalla CSR alla “Corporate Cultural Responsibility”: come valorizzare gli interventi delle Imprese in Cultura

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PREFAZIONE.

Patrimonio culturale, tutela, valorizzazione, pubblico, privato, sono tutte parole un tempo in uso nei dibattiti tra addetti ai lavori, ormai entrate nel lessico comune di istituzioni, associazioni, onlus, giornali, opinionisti, imprese, cittadini. Negli ultimi anni abbiamo assistito al boom di ingressi ai musei da parte di turisti ma anche di famiglie e residenti (44,5 milioni di visitatori solo nel 2016), al crescente interesse dei social per eventi e luoghi di cultura e, soprattutto, ad un significativo contributo di singoli cittadini al restauro di monumenti o edifici di interesse culturale attraverso lo strumento dell’Art bonus. Un rinato senso civico e di appartenenza ai territori ed alle proprie radici, ancor più sorprendente se inserito nel contesto di crisi economica che sta attraversando il Paese da quasi un decennio. Tutto ciò imporrebbe una riflessione più ampia sul ruolo “sociale” degli investimenti in cultura, che provasse ad andare oltre l’annosa querelle pubblico-privato, magari addentrandosi nel variegato universo della sostenibilità.

Un forte mandato in tal senso ci viene dato oggi a livello internazionale, con l’adozione da parte dell’ONU dell’Agenda 2030 e gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs). La Cultura è il tema trasversale ai 17 obiettivi, sia in termini di conoscenza, sviluppo intellettuale, integrazione, partnership, sia di tutela, salvaguardia e valorizzazione del patrimonio naturale e culturale delle città e dei territori. In Italia, Istituzioni, imprese e società civile sono impegnate già da tempo nella promozione dell’Agenda 2030 dell’ONU e nell’attività di sensibilizzazione dei decisori e dell’opinione pubblica.

L’Associazione Civita ritiene in particolare che l’Italia, con il suo immenso patrimonio, 51 siti Unesco e l’enorme attaccamento “culturale” delle comunità locali alla propria storia, possa rappresentare un laboratorio unico per sperimentare nuove politiche di sostenibilità all’insegna del fattore cultura.

Su queste basi abbiamo deciso di provare concretamente a declinare il complesso panorama delle attività a sostegno del patrimonio artistico-culturale in chiave sostenibile, prendendo le mosse dal mondo dell’impresa.

Perché l’impresa? Perché soprattutto nell’ultimo decennio le imprese hanno sviluppato straordinarie competenze in ambito di responsabilità sociale e ambientale, attraverso la programmazione dei processi produttivi in ottica sostenibile, il controllo della catena di fornitura, la salvaguardia dell’ambiente e dell’ecosistema, la creazione di valore per i territori e le comunità.

Processi complessi, accompagnati, nelle grandi realtà industriali, da una rendicontazione dettagliata di azioni, risultati ed obiettivi a lungo termine. Del resto, l’importanza strategica delle performance delle imprese, oltre il perimetro di business, come garanzia di credibilità ed affidabilità dello stesso, è stata da tempo colta dalla comunità finanziaria che, già da alcuni anni, manifesta estremo interesse per l’engagement aziendale nelle politiche di sostenibilità, oltre che per gli aspetti economici e di governance ed ha sviluppato indici specifici per la valutazione nel mercato dei risultati in ambito sociale, ambientale ed intellettuale.

L’ulteriore conferma in questa direzione giunge dalla Commissione europea, con la direttiva 2014/95/Ue sulla comunicazione di informazioni di carattere non finanziario, che impegna gli Stati membri ad introdurre nel loro ordinamento l’obbligo per le grandi imprese quotate di includere nei propri bilanci, a partire dall’esercizio 2017, una informativa sulle politiche di sostenibilità. La direttiva, recepita in Italia, è destinata a cambiare notevolmente l’attuale scenario, poiché occuperà le grandi aziende nel delicato passaggio da un impegno e una rendicontazione esclusivamente volontari, come avviene oggi, ad un regime obbligatorio, soggetto alla vigilanza della Consob.

Questo, dunque, il quadro di riferimento. Ci chiediamo qual è il posto assegnato agli investimenti delle imprese in ambito culturale. Sicuramente è un posto di primo piano per le Istituzioni, che da sempre, e ancor più oggi, in Italia chiedono ai privati di dare un contributo al mantenimento dell’immenso patrimonio presente sul territorio.

Recentemente, l’introduzione di incentivi fiscali come l’Art bonus o le semplificazioni normative in materia di sponsorizzazioni, insieme alle nuove iniziative di partnership messe in campo da musei e fondazioni stanno notevolmente aumentando l’interesse di imprese e fondazioni d’impresa verso l’ambito culturale. Tuttavia siamo di fronte ad un panorama estremamente diversificato, che va dal mecenatismo alla gestione di servizi, passando dalla sponsorizzazione e organizzazione di eventi. Resta da capire se la Cultura è parte delle strategie di impresa come lo sono l’ambiente e il sociale, entrambi parte integrante delle politiche di sostenibilità.

L’Associazione Civita ha quindi voluto lanciare questa sfida, con la costituzione di un Comitato, “Arte&Impresa: Corporate Cultural Responsibility”, composto da rappresentanti delle imprese associate, finalizzato a fornire linee guida ed indirizzi alle aziende per l’inclusione della “responsabilità culturale” nella strategia di sostenibilità. Il punto di caduta è quello di arrivare a rendere “sistematico”, con obiettivi e risultati misurabili, l’impegno in attività di tutela, valorizzazione e fruizione dei beni culturali, così come oggi avviene per le attività a tutela dell’ambiente o di carattere sociale. Tale approccio sarebbe vantaggioso sia per le imprese, sia per le Istituzioni. Le imprese avrebbero, infatti, la grande opportunità di costruire intorno agli investimenti in cultura un percorso organico, partecipato, ben oltre la mera elargizione o sponsorizzazione, con la possibilità di misurare gli impatti degli investimenti all’interno del proprio perimetro di attività e all’esterno sui territori, come oggi avviene per le iniziative di sostenibilità ambientale, sociale e intellettuale. Una presa in carico costruttiva, ancorata a parametri precisi di fattibilità economica di ogni iniziativa, con ricadute in termini di rigore e trasparenza nel rapporto con il pubblico. Da parte loro, le Istituzioni avrebbero l’opportunità di mettere in campo una maggiore condivisione di obiettivi e priorità; la collaborazione nella progettualità di interventi e iniziative; la sistematica valutazione costi-benefici per la comunità e per il mondo imprenditoriale.

L’attività del Comitato, avviata nel maggio 2015, ha preso le mosse da un’indagine condotta da Civita in collaborazione con UNICAB su un campione di imprese di media e grande dimensione, finalizzata a fotografare modi e tipologia degli investimenti in cultura e, soprattutto, l’eventuale inserimento di questi ultimi nella rendicontazione di sostenibilità d’impresa.

L’indagine, oggetto del primo capitolo, ha confermato che quasi esclusivamente le imprese di grandi dimensioni redigono un Bilancio o Report di sostenibilità (36% del campione) e che gli attuali strumenti di rendicontazione non includono specifici indicatori per gli investimenti in Cultura. Tali investimenti sono quindi riportati in ambiti diversi quali attività per la comunità, catena di fornitura ecc.

Le evidenze dell’indagine, assieme alla relativa marginalità di questa tipologia di investimenti nelle scelte delle imprese (14% del campione), rafforzano la necessità di includere “l’impegno in Cultura” all’interno della sostenibilità, come elemento trasversale agli altri “Capitali”: Intellettuale ed Umano, Ambientale, Finanziario, Sociale, Infrastrutturale.

Nel secondo capitolo di questo studio viene illustrata una ipotesi di rendicontazione degli investimenti in Cultura nella reportistica di sostenibilità, messa a punto dal Comitato. Il lavoro ha un carattere sperimentale e comprende l’illustrazione del significato di “Capitale Culturale” e la proposta di indicatori specifici per la “descrizione” degli investimenti. Un primo passo, che speriamo solleciti una riflessione sia all’interno del mondo imprenditoriale, sia nelle istituzioni circa la valenza etica, sociale ed economica del contributo dei privati alla crescita culturale dei territori.

La “Corporate Cultural Responsibility” rappresenta un’opportunità per le imprese che già investono in Cultura, perchè avranno la possibilità di valorizzare ulteriormente il proprio impegno. È uno stimolo per le altre aziende, che potranno scegliere di includere anche iniziative culturali nel perimetro delle proprie strategie di sostenibilità. È una ulteriore garanzia per le Istituzioni, che potranno contare su collaborazioni strategiche, durature, di ampio respiro, al servizio della comunità. Su queste basi, il dialogo pubblico-privato verrà rafforzato, con l’apertura di un nuovo ambito di confronto: l’impegno in Cultura per il futuro sostenibile del Paese.


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